«La scienza dovrebbe essere coinvolta attivamente piuttosto che aspettare di essere coinvolta»

21.5.2021

Foto Benedikt Schmidt

Benedikt Schmidt

Biologo, specialista di anfibi e ricercatore all’Università di Zurigo e collaboratore di Info Fauna, il centro nazionale svizzero di dati e informazioni per anfibi e rettili (karch)

Per la Giornata Internazionale della biodiversità, il team dell’Iniziativa biodiversità ha incontrato Benedikt Schmidt, biologo, specialista di anfibi e ricercatore all’Università di Zurigo. Ci dà il suo punto di vista sul ruolo della scienza di fronte al declino delle specie e sulle misure per proteggere la biodiversità.

Dove va per godersi la natura in tutta la sua varietà?  

Mi piacciono le rane, i rospi, gli ululoni, gli urodeli e le salamandre, perciò amo sostare di notte nelle vicinanze di uno stagno e ascoltare il concerto delle ranocchie, che è particolarmente spettacolare nell’Europa dell’Est dove gli anfibi sono ancora molto numerosi. Purtroppo da noi le popolazioni si sono considerevolmente assottigliate. Ma mi piace anche cercare le larve delle salamandre pezzate lungo i ruscelli nelle foreste del Giura.

Se lo stato della biodiversità è così preoccupante, perché la scienza non ha lanciato l’allarme molto prima?

L’ha fatto. I problemi sono noti da tempo. La LPN risale agli anni  sessanta. La prima Lista Rossa degli anfibi e dei rettili è stata pubblicata nel 1982. Quindi la necessità di tutelare la biodiversità è stata riconosciuta tempestivamente. Allora veniva chiamata protezione della natura. Siamo a conoscenza ormai da molto tempo dello stato preoccupante della natura. Semplicemente, quest’urgenza non è mai stata in cima alla lista delle priorità politiche. Ma le autorità preposte alla tutela ambientale, i privati e le organizzazioni che se ne occupano sono sempre stati molto attivi.

La scienza viene considerata sufficientemente nel dibattito politico sulla biodiversità? 

La scienza dovrebbe intervenire attivamente e non aspettare di essere coinvolta. Ci sono climatologi che lo stanno facendo molto bene nella propria area di competenza. Ma cosa può fare «la scienza»? Per esempio, può dire che una popolazione locale di rospi calamita necessita di almeno 100 individui per sopravvivere. O che ci vogliono almeno 10000 individui per garantirne la varietà genetica a lungo termine. Questo tipo di conoscenza però non implica concrete indicazioni pratiche. Nel concreto, si tratta sempre di una ponderazione degli interessi. Nel caso in questione si può decidere per esempio di ampliare un habitat per permettere la convivenza di più di 100 rospi in un luogo. Oppure anche no, dato che altre scienze come ad esempio l’economia, la sociologia o l’agronomia potrebbero intervenire nel dibattito con altre considerazioni, che non sono giuste o sbagliate, ma riflettono semplicemente punti di vista diversi da tenere in considerazione in sede di ponderazione degli interessi. Però mi piacerebbe se l’ecologia facesse tre cose. Primo, servono più informazioni sullo stato della biodiversità. Molte persone non sono consapevoli di quanto sia grave la situazione. Secondo, bisogna proporre soluzioni. Abbiamo bisogno di più messaggi positivi. E terzo, si deve dire chiaramente che gli interessi della biodiversità sono troppo spesso trascurati e che serve di più se vogliamo mantenere popolazioni in grado di sopravvivere.

Dunque non servono a nulla le convenzioni e le strategie internazionali per la salvaguardia della biodiversità? 

Queste convenzioni sono importanti ma la loro incidenza è indiretta. Gli accordi di questo livello sono dichiarazioni d’intenti e non hanno effetto diretto, ma generano pressione politica e legittimano ulteriori misure, che però devono essere attuate sul piano nazionale, cantonale e comunale. Alla fine, è decisiva l’attuazione locale delle misure di salvaguardia della biodiversità. Esempio: un contadino ci mette a disposizione un pezzo di terra per la formazione di uno stagno? È possibile (grazie a tutti quelli che lo hanno fatto!), ma menzionando il fatto che la Svizzera non ha ancora raggiunto l’obiettivo n. 518 di un accordo internazionale, difficilmente lo convincerei.

Quali sono a suo avviso le leve su cui occorre agire per preservare la diversità biologica? 

La leva più importante è una maggiore considerazione della natura. Il consumo di una risorsa naturale purtroppo non ha prezzo, sicuramente non nell’immediato. In primo luogo dobbiamo concentrarci sull’agricoltura, sull’economia forestale e sulle acque. Gli attori in questi campi hanno molte possibilità di fare qualcosa per la biodiversità. Per gli anfibi sarebbe utile disporre di più legno morto nelle foreste. In agricoltura non sono previste superfici per la promozione della biodiversità destinate appositamente ad anfibi e alla biodiversità acquatica e che siano attrattive per i contadini. La rivitalizzazione delle acque per la maggior parte non ha effetti positivi sugli anfibi. Ci sono già moltissime leve. Devono solo essere sviluppate e impiegate più efficacemente.

Quanto tempo ci resta fino al «punto di non ritorno»?  

Non lo so. Potrebbero esserci «punti di non ritorno», ma reputo l’argomentazione «ci rimane pochissimo tempo» troppo allarmistica. Mi ricorda in qualche modo la profezia del calendario Maya sulla fine del mondo. E anche se dovessero verificarsi cambiamenti bruschi, è un problema per gli esseri umani. Anche senza «punto di non ritorno», ci sono argomenti a sufficienza per proteggere la natura e l’ambiente. Credo anche che bisognerebbe smetterla con le predizioni funeste, che demotivano le persone e danno l’impressione che comunque non c’è più speranza. Le storie positive – e ce ne sono! – sono migliori e più motivanti.

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